NON È SOLO UN'IMMAGINE...
È TEMPO DENTRO LA TELA
Un’immagine ferma un istante. Una storia contiene un prima e un dopo. Nei miei quadri c’è un gesto a metà, uno sguardo che sta per cambiare, una luce che sta arrivando o andandosene, racconto il tempo.
Un’immagine mostra. Una storia suggerisce. Una sedia vuota, una porta socchiusa, un oggetto fuori scala, un colore che ritorna in altri punti del quadro… sono tutti indizi. Chi guarda diventa detective. Io non do la soluzione, ma indizi.
I miei quadri raccontano una storia di materia che diventa luce e poi esperienza umana. La mia pittura materica in cui pigmento e medium stesi a spatola generano forme autonome che ricordano reperti fossili, figure fantastiche o mondi siderali.
Sul piano del linguaggio, il mio lavoro eseguito con una mistione di pigmento e medium stesa a spatola, è una pratica che lega all’eredità dell’Informale e dell’Arte Materica del secondo Novecento, da Burri a Fautrier, più meditativa e meno conflittuale.
La particolarità del mio lavoro è il passaggio continuo tra astrazione e figurazione evocata. Nelle mie opere più astratte il colore è luce che si fa sostanza: soli centrali, orizzonti divisi, campi oro uniformi attraversati da scie rosse. La materia è protagonista e basta, e la stessa materia accoglie il racconto.
La mia pittura è una pittura di soglia. Non illustra, evoca. La sua energia proviene dalla coerenza di una tavolozza calda e fossile che unifica opere astratte e figurative, come se tutto nascesse dallo stesso impasto primordiale.
Una pittura così materica rischia di trasformarsi in autocompiacimento della superficie, ma la materia è sempre al servizio di un’idea di luce. La luce è il centro della composizione e nasce dalla materia, la attraversa e infine la dissolve. In questo senso il mio ciclo pittorico avviato, funziona come un piccolo racconto iniziatico: dal caos terroso al sole, dal sole al cammino dell’adulto, dal cammino al gioco del bambino. È un umanesimo discreto, senza retorica, affidato al corpo del colore più che al racconto.



CREATIVO
Si dice che la terra, a forza di essere guardata, cominci a guardare.
Il primo giorno non c’era forma, solo impasto. Oro che si rapprendeva, ruggine che si apriva come ferita. Da quel magma è salito un profilo, appena un soffio, e una luna rossa si è appoggiata su una colonna di luce. Era l’inizio.
Poi è venuto il sole. Non un sole dipinto, un sole accaduto. Si è acceso al centro della tela e ha spinto la materia ai bordi, come fa il respiro con il petto. Sotto, la terra ha imparato a scrivere a spirale.
Una scia rossa ha tagliato il cielo in diagonale. Nessuno sa se fosse cometa o gesto. Da allora sopra e sotto hanno smesso di confondersi. È nata la soglia.
Tre cavalieri l’hanno attraversata. Andavano di spalle, perché chi cerca la luce non ha bisogno di farsi riconoscere. Davanti a loro il bianco era così forte da cancellare i nomi. Uno è rimasto indietro, non per paura, per ascolto.
Quando la luce si è ritirata, è rimasta solo la pelle dorata del mondo, tutta graffi e promemoria. Sembrava la fine.
Invece erano bambini. Tre, in rosso. Correvo sulla spiaggia con tre aquiloni rossi legati a un filo sottile. Il vento era lo stesso che aveva mosso i cavalieri, solo più leggero. Non cercavano più la luce, la facevano volare.
La terra ha chiuso gli occhi.
PENSATORE
La pittura di Giuseppe Rizzo Schettino, in arte giuriscart, nasce da una pratica materica consapevole. Architetto di formazione, attivo a Firenze, l’artista lavora con una mistione di pigmento e medium stesa a spatola che si organizza sulla superficie in modo autonomo ma non casuale, facendo emergere forme che ricordano reperti fossili, geometrie, figure fantastiche o mondi siderali.
Il ciclo qui presentato si legge come un unico poema plastico in otto tempi. Si apre con una cosmogonia terrosa da cui affiora un volto e una mezzaluna rossa sopra una colonna di luce. Seguono le variazioni solari, dischi dorati che irradiano su cieli di arancio e ruggine mentre in basso la terra si fa incisione a spirale, labirinto e memoria. Una scia rossa attraversa un campo oro come segno di passaggio, poi la composizione si riduce a soglia pura, due bande di luce e ombra.
È a questo punto che la materia accoglie la figura. In Cavalieri verso la luce, 2022, tre cavalieri visti di spalle avanzano verso un bagliore biancodorato che dissolve i contorni, con un quarto cavaliere più distante. È l’archetipo del pellegrinaggio, del cammino verso l’assoluto, reso con una dissolvenza che toglie dettaglio e lascia solo sagoma e attrazione. Dopo la dissoluzione in un campo interamente inciso e dorato, il ciclo si chiude con Aquiloni, 2024, tre bambini in rosso che corrono sulla spiaggia con aquiloni rossi tra dune scure e schiuma bianca. La stessa materia che prima era cosmo si fa ora vento e gioco. L’adulto cerca la luce, il bambino la abita.
Sul piano storico-artistico il lavoro si inscrive nella linea dell’Informale e del Materico italiano, da Burri a Tàpies, riletta attraverso una sensibilità contemporanea vicina alle ricerche di Anselm Kiefer per l’uso della terra come memoria e del mito come struttura.

